mono-no-aware-black Nostalgia e bellezza nel Giappone di fine Ottocento

Il periodo a cavallo tra la fine dell’era Tokugawa e l’inizio dell’era Meiji (1868), segna a livello storico l’ingresso del Giappone nella sua fase moderna. Una nazione che fino ad allora aveva vissuto in una condizione di isolamento nei rapporti con l’Occidente si vide in breve tempo catapultata in una nuova prospettiva. Qualche anno prima, nel 1853 l’intervento per mano americana da parte del Commodoro Matthew Perry, alla guida di quattro navi corazzate, garantì con un’azione di forza l’apertura dei porti nella baia di Edo (Tokyo) ponendo fine al Sakoku (politica autarchica dello shogunato Tokugawa). Successivamente a questo evento fu inevitabile assistere ad un fenomeno di diffusione della cultura giapponese nel mondo e parallelamente di contaminazione della società giapponese da parte dell’occidente.

Proprio in questo preciso frangente storico fioriscono e si diffondono le prime pratiche fotografiche in Giappone. Le attività presenti facevano capo a isolate figure che operavano nella zona di Nagasaki, che ad oggi sono considerate i veri e propri progenitori della fotografia in Giappone, su tutti Ueno Hikoma e Uchida Kuichi. Parallelamente, nel versante est e precisamente a Yokohama, Felice Beato un fotografo di chiara origine italiana, apriva nel 1864 il primo studio fotografico della città. La tecnica di stampa all’albumina colorata a mano che il fotografo utilizzava, si associava per richiami estetici e di contenuto alle celebri ukiyo-e, le xilografie policrome tipiche della produzione artistica locale. Fu facile quindi intuire quanto a livello commerciale una produzione fotografica che incontrava il gusto sia degli acquirenti locali che degli stranieri alla caccia di un souvenir, fosse un’attività redditizia e di conseguenza il mestiere del fotografo si diffuse rapidamente e in maniera capillare.

Le caratteristiche comuni che la pratica di stampa all’albumina possedeva, ci agevolano oggi ad identificare trasversalmente il lavoro di più fotografi su un’unica linea estetica e creativa riconosciuta dalla storia della fotografia come “Scuola di Yokohama”, una convenzione semantica che ci aiuta appunto a riconoscere e circoscrivere il lavoro di fotografi giapponesi ed europei che operarono in quel preciso momento e luogo.

Il percorso che in questa mostra vi proponiamo è uno spaccato storico sul Giappone di fine Ottocento, un viaggio che passa dalla natura incontaminata dei paesaggi, fino alle strade, ai templi e alle figure di un Giappone che è ormai scomparso. Un quadro di interesse antropologico quindi, ma anche di alto valore poetico, che racchiude in sé l’incanto materico di scenari e volti antichi e la caducità effimera del tempo riassunta nel concetto di quello che i giapponesi chiamano Mono No Aware, ovvero l’intraducibile transitorietà e malinconica evanescenza della bellezza.

Programma